FUGA CARSICA
Luccichii di madreperla
che spengono il crepuscolo
tra i cespugli azzannati dal vento
e la notte infida
slaccia l’ampio mantello
che, garrendo,
sopra la scarna landa s’adagia,
rubando quasi
quei pochi bisbigli alla natura.
E le folate sollevano i rami
di rare conifere,
sparpagliano vizze festuche
con sibilio pauroso
e con gelido cinismo
i nidi delle coturnici sfanno.
Fuga carsica
che il maestro inverno ritma
agli incantati strumenti del vento
e la platea d’ombre
ascolta muta
la melodia monotona
che, incessante,
morirà nel golfo mistico
ai primi vagiti del sole
quando il vento, spossato, si stende.
LA COLLINA
Inerpicarsi di magri cipressi
dall’aprico rondò fuori paese
lungo il viale che monta in collina
tra il giallore dei campi affieniti
e gli orti squadrati, più in basso,
alle porte d’agresti dimore.
Poi lassù il cimitero paesano
dove pallide pietre,
che ricoprono i morti,
si erodono al caldo agostano
e, imminente, alla pioggia d’autunno.
Sui cancelli di ferro battuto
due bimbi ricciuti
si aggrappano ilari
e il cigolare coperto dal vento
si perde ai raggi di un sole abbassato.
E si sfanno i covoni
sotto tese e improvvise folate
che deviano il volo ai rondoni
e danno frescura al quieto contado.
Or sul sagrato dell’ermo sacello
lunga si stende l’ombra serale
e sui candidi avelli la pace.
L’APOGEO DELL'OVEST
Collusioni all’infinito
tra incerti orizzonti
e cirri di rosso sfumati:
temporale beffato
lassù al nord sospeso
dal brontolio già roco.
Brucano gli asini,
con sguardi incerti,
sui vasti erbai
tinti da crochi viola.
Sulla panca riposo
dell’erta rocciosa al finir
di radici intricata,
mentre le prime ombre calano
al limitar del bosco
e lo stormir di fronde
si fa più severo.
Scema tra i picchi il sole
e ammanta la roccia
con vermigli tessuti:
è l’apogeo dell’ovest.
Dai pascenti pendii
verso le stalle scendono,
con le mammelle gonfie,
le vacche oziose
e lo scampanio
s’ammorza magico
nel grembo della sera.
MELO ANTICO
Melo antico,
che fu fanciullezza,
radicato alla mia rimembranza
del giardino paterno,
fosti muto ai miei giochi
di bambino sereno
ed amico discreto
delle mie confidenze
quando, solo in quell’orto fruttuoso,
aspettavo il tramonto
borbottando parole innocenti.
Quanto tempo da allora,
nella bruma più densa
che annebbia i ricordi
ed offusca i pensieri,
nel mio inutile gire.
Solo adesso mi trovo
e ritorno al cospetto
del tuo scheletro acarpo
e l’agonia rinviata nel tempo.
Ora, dal tuo ultimo spiro,
come brezza discreta,
si libera al cielo
la mia voce bambina.
NOTTE GELIDA D'APRILE
Alle due fide siepi,
lambito
dai selenici flussi,
confesso muto.
I biancospini
ora impregnano
il mio silenzio.
Corredo delle stelle
per la notte sposa,
vergine data
al Dio della vita.
Tempie percosse
dall’ipertensione
in momenti di gelo
ritmano
il ruzzolio dell’acqua.
Dell’esalante brina
m’aspergo
e alla solenne notte
le mie pene affido.
L’anima mia è gelata
ma finalmente vuota
e libera.