Luciano Postogna

 

L’ombra dell’anima

 

 

 

FUGA CARSICA

 

 

Luccichii di madreperla

che spengono il crepuscolo

tra i cespugli azzannati dal vento

e la notte infida

slaccia l’ampio mantello

che, garrendo,

sopra la scarna landa s’adagia,

rubando quasi

quei pochi bisbigli alla natura.

E le folate sollevano i rami

di rare conifere,

sparpagliano vizze festuche

con sibilio pauroso

e con gelido cinismo

i nidi delle coturnici sfanno.

Fuga carsica

che il maestro inverno ritma

agli incantati strumenti del vento

e la platea d’ombre

ascolta muta

la melodia monotona

che, incessante,

morirà nel golfo mistico

ai primi vagiti del sole

quando il vento, spossato, si stende.

 

 

LA COLLINA

 

 

Inerpicarsi di magri cipressi

dall’aprico rondò fuori paese

lungo il viale che monta in collina

tra il giallore dei campi affieniti

e gli orti squadrati, più in basso,

alle porte d’agresti dimore.

 

Poi lassù il cimitero paesano

dove pallide pietre,

che ricoprono i morti,

si erodono al caldo agostano

e, imminente, alla pioggia d’autunno.

Sui cancelli di ferro battuto

due bimbi ricciuti

si aggrappano ilari

e il cigolare coperto dal vento

si perde ai raggi di un sole abbassato.

E si sfanno i covoni

sotto tese e improvvise folate

che deviano il volo ai rondoni

e danno frescura al quieto contado.

 

Or sul sagrato dell’ermo sacello

lunga si stende l’ombra serale

e sui candidi avelli la pace.

 

 

L’APOGEO DELL'OVEST

 

 

Collusioni all’infinito

tra incerti orizzonti

e cirri di rosso sfumati:

temporale beffato

lassù al nord sospeso

dal brontolio già roco.

Brucano gli asini,

con sguardi incerti,

sui vasti erbai

tinti da crochi viola.

Sulla panca riposo

dell’erta rocciosa al finir

di radici intricata,

mentre le prime ombre calano

al limitar del bosco

e lo stormir di fronde

si fa più severo.

Scema tra i picchi il sole

e ammanta la roccia

con vermigli tessuti:

è l’apogeo dell’ovest.

Dai pascenti pendii

verso le stalle scendono,

con le mammelle gonfie,

le vacche oziose

e lo scampanio

s’ammorza magico

nel grembo della sera.

 

 

MELO ANTICO

 

 

Melo antico,

che fu fanciullezza,

radicato alla mia rimembranza

del giardino paterno,

fosti muto ai miei giochi

di bambino sereno

ed amico discreto

delle mie confidenze

quando, solo in quell’orto fruttuoso,

aspettavo il tramonto

borbottando parole innocenti.

 

Quanto tempo da allora,

nella bruma più densa

che annebbia i ricordi

ed offusca i pensieri,

nel mio inutile gire.

 

Solo adesso mi trovo

e ritorno al cospetto

del tuo scheletro acarpo

e l’agonia rinviata nel tempo.

 

Ora, dal tuo ultimo spiro,

come brezza discreta,

si libera al cielo

la mia voce bambina.

 

 

NOTTE GELIDA D'APRILE

 

 

Alle due fide siepi,

lambito

dai selenici flussi,

confesso muto.

 

I biancospini

ora impregnano

il mio silenzio.

 

Corredo delle stelle

per la notte sposa,

vergine data

al Dio della vita.

 

Tempie percosse

dall’ipertensione

in momenti di gelo

ritmano

il ruzzolio dell’acqua.

 

Dell’esalante brina

m’aspergo

e alla solenne notte

le mie pene affido.

 

L’anima mia è gelata

ma finalmente vuota

e libera.

 

 

 

 

 

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