DANTE CASABRUNA

PREVALE L'OMBRA

 

 

 

 
RAMMENTANDO UNA POVERA VECCHINA

 

M’accade spesso, in questo gran mistero

dell’esistenza, quando nella mente

prevale sopra gli altri il gran pensiero

 

della morte, del regno suo silente,

di pensare a Maria, che, vecchia e sola,

ormai vedeva le speranze spente.

 

E col tremar del mento, e un groppo in gola,

- MA CHE SI NASCE  AFFA’ !?- gemeva spesso,

pensando al nero prete con la stola.

 

Ora il dolce nirvana l’è concesso:

dei passerotti ascolta il cinguettìo,

supina, sotto l’ombra d’un cipresso.

 

Coi filosofi spazia il pensier mio,

filosofi e poeti, inutilmente

scrutando ansioso, ricercando un Dio.

 

E quante riflessioni la gran mente

di quei grandi, volgendo al ciel gli sguardi,

hanno tentato, ed approdato a niente.

 

Torbo novembre! lungo il fosso i cardi

lasciano i pappi a un impeto di vento;

il cielo imbruna, è quasi notte; è tardi.

Penso al rientro; un rotolare sento

tra neri nembi, e brontola il luviale,

e il gelo dell’inverno già pavento.

 

Cara Maria, dell’esistenza il male

sempre accusavi con semplicità,

in sintesi, e mi punge come strale

 

sempre nel capo: - CHE SI NASCE AFFA’!?-

 

 

VENERDÌ SANTO

 

Ricordo, allora, e questo ancor m’agghiaccia,

quando, bimbo, mia madre mi portava

a veder Cristo morto, che passava

in processione, lento,

portato da citrulli incappucciati,

tra il lugubre sonar del miserere.

Lo guatavo in tralice,

terrorizzato, pieno di sgomento;

aveva il cereo volto insanguinato

dalla scabra corona;

la bocca aperta, macabra, inquietante;

con le due palme e i piedi perforati,

i ginocchi sbucciati, e ferito il costato.

E m’avvinghiavo stretto alla gonnella

di mamma, e le gridavo: - andiamo via! -

piangendo, e un forte battito del cuore;

ne rimasi, così traumatizzato.

O voi, da quella sede

che avete sempre dichiarata santa,

tutori della fede,

invece di guidare con amore,

con immagini e favole serene,

questa povera gente che vi segue,

lor proponete immagini infernali

e riti medievali:

calcolato terrore.

Sia maledetto il vile imperatore,

quel Costantino che fuggì in oriente,

lasciando questo gregge al reo Pastore.

E, pensando alle glorie dell’impero,

or vedendo ‘sto mondo sì coglione,

ho voglia di gridar: - torna Nerone!!!­ -

 

 

ILLUSIONE

 

L’uomo, col sommo ben dell’intelletto,

ha immaginato Dèi nell’universo,

cui ‘mplora dall’infanzia al cataletto,

trovandosi, tapin, tra il male sperso.

 

D’un Nume buono elabora il concetto,

e di contrasto un demone perverso,

vedendo questo cosmo sì perfetto,

ma, con tormenti, all’uomo sempre avverso.

 

Biascica paternostri, turba folta!

zuccate al suol, Mohamed, continua a dare!

tu, Rabi, parla al muro, che t’ascolta!

 

O pover’homo, è vano il tuo frignare;

“verba volant”; desérta è su la volta;

ll tuo pregar?: d’un asino il ragliare!

 

 

DISSACRAZIONE

 

Quando dall’etra torbida imperversa

un forte temporale; o quando chiaro

risplende il cielo e Zefiro sussurra;

o nelle notti limpide e stellate

quando improvvisa, rapida sfavilla

una meteora e rapida vanisce;

o quando all’alba canta Filamela

là nella macchia silenziosa, assorta,

come incantata a tanta melodia;

o quando l’onda impetuosa batte,

ruggendo fèra il roso litorale,

alle forti ventate di provenza,

io tremo di paura e di mistero,

pensando a chi del tutto tien l’impero.

 

Genio, demone o dio dell’universo,

il demiurgo del CAOS regolatore,

benigno? avverso? forse indifferente

al patir nostro e d’ogni forma viva?:

breve il pensiero umano! ed un sì grande

artefice possente ed infinito

resterà incomprensibile, nascosto

a questa nostra vana dimensione;

ma certo segue fisso un gran disegno

per uno scopo, un fine misterioso

celato a noi, che forse più non siamo

dell’ombra d’una foglia, d’un riflesso;

Forza suprema, pena ed armonia

nell’universo genera, e malia.

 

Ma l’orda vile, errante in Palestina,

del ceppo d’YSRAEL, usa al disprezzo

e invisa sempre ai popoli vicini

per le razzie, gli scempi e i genocidi,

scelse per sé JAVHè, demone assiro,

degli eserciti il dio, turpe, rabbioso,

iroso, dittator, vendicativo,

volubile, incoerente, sanguinario.

Fu questi per quei barbari il “DIVINO”

e quindi il dio di Roma spodestata,

riducendo così l’esser supremo

a un bruto dei peggiori; men che umano.

Dunque il falso, levitico teorema

non è scrittura sacra, ma blasfema!

 

 

ADDIO, MAMMA

 

Fine febbraio, cielo di grecale,

grigio, noioso; triste pioggia lieve,

lenta, continua, sul mio cuore greve

preme e m’affanna, e il panico m’assale.

 

Si sta spegnendo mamma: ha un grande male;

il suo visino smunto è già di neve;

mesto un rintocco viene dalla pieve,

ed ogni tocco, al cuore è come strale.

 

Mamma mi guarda con gli occhini spenti;

la man mi stringe ed ansima veloce,

e non intendo ciò che mi vuoI dire.

 

Ed ingoio le lacrime roventi;

tento un sorriso; fioca è la mia voce;

l’ultima pena, Dio crudel: morire!!

 

TA.TI. Edizioni  Via Silvio Pellico, 32, 22070 Limido Comasco (CO), Tel/Fax: 031-935838,
C.F. MRSFRC65H27L319C, Partita IVA 02739260137, e-mail: tatiedizioni@yahoo.it, http://tatiedizioni.it
  Site Map