RAMMENTANDO UNA POVERA VECCHINA
M’accade spesso, in questo gran mistero
dell’esistenza, quando nella mente
prevale sopra gli altri il gran pensiero
della morte, del regno suo silente,
di pensare a Maria, che, vecchia e sola,
ormai vedeva le speranze spente.
E col tremar del mento, e un groppo in gola,
- MA CHE SI NASCE AFFA’ !?- gemeva spesso,
pensando al nero prete con la stola.
Ora il dolce nirvana l’è concesso:
dei passerotti ascolta il cinguettìo,
supina, sotto l’ombra d’un cipresso.
filosofi e poeti, inutilmente
scrutando ansioso, ricercando un Dio.
E quante riflessioni la gran mente
di quei grandi, volgendo al ciel gli sguardi,
hanno tentato, ed approdato a niente.
Torbo novembre! lungo il fosso i cardi
lasciano i pappi a un impeto di vento;
il cielo imbruna, è quasi notte; è tardi.
Penso al rientro; un rotolare sento
tra neri nembi, e brontola il luviale,
e il gelo dell’inverno già pavento.
Cara Maria, dell’esistenza il male
sempre accusavi con semplicità,
in sintesi, e mi punge come strale
sempre nel capo: - CHE SI NASCE AFFA’!?-
VENERDÌ SANTO
Ricordo, allora, e questo ancor m’agghiaccia,
quando, bimbo, mia madre mi portava
a veder Cristo morto, che passava
in processione, lento,
portato da citrulli incappucciati,
tra il lugubre sonar del miserere.
terrorizzato, pieno di sgomento;
aveva il cereo volto insanguinato
dalla scabra corona;
la bocca aperta, macabra, inquietante;
con le due palme e i piedi perforati,
i ginocchi sbucciati, e ferito il costato.
E m’avvinghiavo stretto alla gonnella
di mamma, e le gridavo: - andiamo via! -
piangendo, e un forte battito del cuore;
ne rimasi, così traumatizzato.
O voi, da quella sede
che avete sempre dichiarata santa,
tutori della fede,
invece di guidare con amore,
con immagini e favole serene,
questa povera gente che vi segue,
lor proponete immagini infernali
e riti medievali:
calcolato terrore.
lasciando questo gregge al reo Pastore.
E, pensando alle glorie dell’impero,
or vedendo ‘sto mondo sì coglione,
ho voglia di gridar: - torna Nerone!!! -
ILLUSIONE
L’uomo, col sommo ben dell’intelletto,
ha immaginato Dèi nell’universo,
cui ‘mplora dall’infanzia al cataletto,
trovandosi, tapin, tra il male sperso.
D’un Nume buono elabora il concetto,
e di contrasto un demone perverso,
vedendo questo cosmo sì perfetto,
ma, con tormenti, all’uomo sempre avverso.
Biascica paternostri, turba folta!
zuccate al suol, Mohamed, continua a dare!
tu, Rabi, parla al muro, che t’ascolta!
O pover’homo, è vano il tuo frignare;
“verba volant”; desérta è su la volta;
ll tuo pregar?: d’un asino il ragliare!
DISSACRAZIONE
Quando dall’etra torbida imperversa
un forte temporale; o quando chiaro
risplende il cielo e Zefiro sussurra;
o nelle notti limpide e stellate
quando improvvisa, rapida sfavilla
una meteora e rapida vanisce;
o quando all’alba canta Filamela
là nella macchia silenziosa, assorta,
come incantata a tanta melodia;
o quando l’onda impetuosa batte,
ruggendo fèra il roso litorale,
alle forti ventate di provenza,
io tremo di paura e di mistero,
pensando a chi del tutto tien l’impero.
Genio, demone o dio dell’universo,
il demiurgo del CAOS regolatore,
benigno? avverso? forse indifferente
al patir nostro e d’ogni forma viva?:
breve il pensiero umano! ed un sì grande
artefice possente ed infinito
resterà incomprensibile, nascosto
a questa nostra vana dimensione;
ma certo segue fisso un gran disegno
per uno scopo, un fine misterioso
celato a noi, che forse più non siamo
dell’ombra d’una foglia, d’un riflesso;
Forza suprema, pena ed armonia
nell’universo genera, e malia.
Ma l’orda vile, errante in Palestina,
del ceppo d’YSRAEL, usa al disprezzo
e invisa sempre ai popoli vicini
per le razzie, gli scempi e i genocidi,
scelse per sé JAVHè, demone assiro,
degli eserciti il dio, turpe, rabbioso,
iroso, dittator, vendicativo,
volubile, incoerente, sanguinario.
Fu questi per quei barbari il “DIVINO”
e quindi il dio di Roma spodestata,
riducendo così l’esser supremo
a un bruto dei peggiori; men che umano.
Dunque il falso, levitico teorema
non è scrittura sacra, ma blasfema!
ADDIO, MAMMA
Fine febbraio, cielo di grecale,
grigio, noioso; triste pioggia lieve,
lenta, continua, sul mio cuore greve
preme e m’affanna, e il panico m’assale.
Si sta spegnendo mamma: ha un grande male;
il suo visino smunto è già di neve;
mesto un rintocco viene dalla pieve,
ed ogni tocco, al cuore è come strale.
Mamma mi guarda con gli occhini spenti;
la man mi stringe ed ansima veloce,
e non intendo ciò che mi vuoI dire.
Ed ingoio le lacrime roventi;
tento un sorriso; fioca è la mia voce;
l’ultima pena, Dio crudel: morire!!