ALESSANDRO CORSI

IL POPOLO DEI CIELI GRIGI

 

Oltre il tempo dei sogni

 

 

Il sole pareva incagliato fra alcune nubi talmente belle da sembrare dipinte, in quella sera di primavera inoltrata. Paolo si era seduto su di una panchina appartata nel punto più elevato del parco, con gli occhi affogati nel tramonto e la mente smarrita in un mare di ricordi intessuti di vividissime sensazioni. Nonché di rimpianti e nostalgie dolci più del miele, ma forse, proprio per questo, più crudeli della morte. Forse non li vedeva neppure gli edifici che attorniavano il giardino pubblico.

L’ombra di un cipresso lo avvolgeva, lo abbracciava con una melanconia che aumentava i rimpianti e le nostalgie di quell’uomo solo e solitario. Sprofondato, anche, in una disperazione così serena da non farsi accorgere di se stessa.

“Speravo proprio di trovarti qui” fece ad un tratto una voce maschile, mentre qualcuno sedeva accanto a Paolo. Il quale volse appena gli occhi, come unico saluto a Mario, l’unico amico che ancora gli era rimasto.

“Ci vengo quasi ogni sera” mormorò poi, forse parlando anche a se stesso, come se volesse sentire il suono della propria voce.

è da un po’ che non ci vediamo” sorrise Mario, mettendosi comodo ed appoggiando le braccia sullo schienale della panchina.

“Se non vado errato, tra un paio di settimane ti sposi” gli ricordò Paolo, questa volta guardandolo un poco più a lungo.

“Questo non è un buon motivo per sparire dalla circolazione”.

“M’immaginavo che tu fossi un po’ preso, assieme alla tua futura consorte, dai preparativi degli ultimi giorni. Da quello che ho sentito dire, pare che il tempo non basti mai”.

 

“Verissimo, te lo assicuro... Però, anche questo non è un buon motivo per scomparire”.

“Non sono sparito, sono sempre stato in città a fare le solite cose di sempre. Frequentando i soliti posti... è per questo che mi hai trovato”.

Mario rimase in silenzio, passandosi una mano fra i capelli, trovando che in fondo l’amico aveva ragione.

‘Sono stato talmente preso dalla preparazione del matrimonio, dalla mia felicità, che quasi mi sono dimenticato di lui’ si rimproverò, volgendo una rapida occhiata a Paolo. L’amico d’infanzia, il fratello che non aveva mai avuto, il compagno fedele e generoso di mille avventure ed infinite vicende. La persona con la quale poteva parlare di tutto e di niente, sulla quale poteva contare sempre e comunque. La cui discrezione era paragonabile a quella di un sacerdote al quale ci si era confessati.

“Francesca ed io ci domandavamo se una di queste sere potevamo andare in pizzeria” buttò là Mario, cercando di sorridere.

“Non avete bisogno del mio permesso, per andarci”.

“Non fare lo sciocco, per favore... Hai capito perfettamente che cosa volevo dire”.

“Questo è il vostro momento...” mormorò Paolo, con dolcissima melanconia. “Non sciupate le vostre serate con un musone come me”.

“Ecco, sei il solito autolesionista!” fece l’amico, con voce piena di risentimento.

“Tutto posso essere, tranne che un autolesionista” rispose con fare deciso Paolo, volgendosi del tutto verso Mario. “Credi, oltretutto, che non abbia abbastanza oggettività, da non riconoscere almeno parte dei miei limiti e dei miei difetti?”

“Non volevo dire questo... Però, ecco...”

“Vedi, non lo sai nemmeno tu che cosa volevi dire”.

“Veramente lo so benissimo. Francesca ed io ti vorremmo con noi, almeno per una sera”.

“Ed io ti ho già detto di no. Ci vedremo in chiesa il giorno del tuo matrimonio, non prima”.

“E dopo?”

“Non poniamo limiti alla provvidenza divina, non ipotechiamo il futuro”.

Mario rimase in silenzio, quasi impermalito.

“Dai, sto scherzando” tentò di rimediare Paolo, con un sorriso che trasformò il suo volto in una maschera di triste, disperata stanchezza. “Ti prometto che ogni tanto verrò da voi, dopo che sarete tornati dalla luna di miele... E voi verrete da me, se vi fidate della mia abilità di cuoco”.

“Correremo il rischio” fece Mario, sentendosi un po’ sollevato, ma non del tutto convinto.

Rimasero un po’ in silenzio, contemplando il sole che andava scomparendo oltre i tetti delle case che ostruivano la vista ultima dell’orizzonte. Sobbalzarono, quando echeggiò la sirena che annunciava la chiusura del parco.

“Dai, è ora di andare” fece Mario, alzandosi.

Non appena in piedi, si volse per osservare Paolo. Pareva avere fatto corpo unico con la panchina; dopo qualche momento, si limitò ad annuire, per quindi alzarsi con lenta stanchezza.

I due s’incamminarono verso l’uscita, mentre la sirena ululava il secondo avviso.

“Hai voglia di parlare?” domandò Mario, una volta che furono usciti dal giardino pubblico.

“Perché mai ti dovrei tediare con i miei pensieri, con le mie tristezze, con le mie melanconie?” scrollò le spalle Paolo, con lo sguardo smarrito tra le nubi ancora incendiate dall’agonia del sole. “Soprattutto, con il ricordo di Eleonora... è morta, lo rammenti?”

“Siamo amici” si limitò a rispondere Mario, con il tono di chi stesse rivelando una verità talmente ovvia, da parere sciocca, banale nella sua enunciazione.

 “Non hai considerato che forse sto evitando di annoiarti proprio per questo?”

“Ma che razza di ragionamenti stai facendo?” s’inalberò Mario, fermandosi per fronteggiare l’amico. “Sei scemo, forse, o mi stai prendendo in giro?”

“Ma no, che stai dicendo?...” impallidì Paolo, accennando ad un passo che lo portasse più vicino a quella persona per lui così importante. Verso la quale protese la mano, come per manifestare ulteriormente la propria volontà.

“Allora, perché non vuoi farmi capire? Che cosa ti sta passando per la testa? Aiutami a comprendere, per favore, dammi una mano...”

“Non è facile spiegare certe cose” mormorò dopo un po’ Paolo. Aveva ripreso a camminare, con la testa bassa e con le mani in tasca: quasi non volesse vedere il mondo che lo circondava, bensì rinchiudersi in se stesso come un riccio per dimenticare ogni cosa.

“Sono poche, in realtà, le cose facili della vita” filosofeggiò Mario. “E tra quelle più difficili ci sono quelle che non si tenta di risolvere. Una volta che s’inizia, però, la prospettiva può mutare...”

“Magari per farci vedere che le cose sono peggiori di quanto si presupponesse... E poi, qui non si tratta di tentare di risolvere oppure no, ma di saper convivere con i propri pensieri. Con se stessi”.

“Da quando in qua hai certi pensieri?”

“Da quando ho aperto gli occhi su che cosa sia l’amore, ed altro ancora... Da quando Eleonora è morta”.

Mario non rispose, limitandosi a camminare a fianco dell’amico verso l’abitazione di quest’ultimo.

“Paolo ha bisogno di essere aiutato” gli aveva detto Francesca, quello stesso pomeriggio.

“Dici?” le aveva risposto lui, non meravigliandosi della sortita della fidanzata.

“Se c’è una persona che ha bisogno di parlare con qualcuno, questa è proprio Paolo... E tu, ultimamente, sei stato talmente preso dal nostro matrimonio, che forse non te ne sei nemmeno accorto”.

“Ma è una cosa importantissima!”

“Il nostro matrimonio? Certo che lo è, ma soltanto per noi due. Non vedo l’ora di essere davanti all’altare con te. Però, non è un buon motivo per dimenticare gli amici, soprattutto, se si trovano in un momento di bisogno”.

Mario aveva taciuto, rendendosi conto una volta di più della saggezza di Francesca.

“Adesso va’...” lo aveva incoraggiato lei, dopo un bacio ed una carezza. “Ci vediamo domani”.

E lui era andato a cercare l’amico.

“Che cos’è l’amore?” domandò Mario, per spronare Paolo a parlare ed affrettandosi per raggiungerlo e mettersi al suo fianco.

“Soltanto una questione di chimica” fece l’interpellato, con un’alzata di spalle e lo sguardo lontano. “Sulla quale, poi, si è infiorettata tutta una serie di belle parole che nulla esprimono in realtà”.

“Scusa, credo di non aver capito”.

Ma sì, invece, hai capito benissimo: l’amore è soltanto una questione di chimica. Niente altro, niente di più”.

Mario si mise a ridere di gusto, piegandosi in due, fino ad avere le lacrime agli occhi ed il ventre indolenzito.

“Quando ti ci metti, sei esilarante. Come fai?” riuscì a dire, dopo un po’, asciugandosi le lacrime.

“Guarda che non stavo scherzando” ribatté Paolo, con gli occhi severi, fermo con le mani in tasca.

“Ah, no?!”

“Ti sei mai domandato perché, per certe persone almeno, si parla di colpo di fulmine? è una scarica di feromoni, o come diavolo si chiamano. Tutto qui”.

Mario diventò improvvisamente serio, rendendosi conto che Paolo credeva veramente a ciò che andava esponendo con tanta freddezza.

“L’amore non può essere soltanto questo, dai” si limitò a dire, quando si rese conto che non poteva rimanere in silenzio. “Non puoi avere una visione così meschina di un sentimento così bello”.

“Certo che l’amore è soltanto quello che ti ho detto. In altre parole, non è altro che un meccanismo posto in essere dalla natura, creato per la perpetuazione della razza... E non venirmi a dire che non ci hai mai pensato”.

“Sei pazzo, se credi veramente a ciò che dici” si preoccupò Mario, forse un poco spaventato.

“Pazzo? Non più del solito, non più di te” scrollò le spalle Paolo, riprendendo a camminare. “E non dare retta alle convenzioni sociali, alle costruzioni filosofiche, letterarie, politiche... Non sono altro che giustificazioni più o meno intellettuali per un banale processo chimico. Sarebbe interessante, non trovi?, approfondire la conoscenza di tali giustificazioni, per comprendere il motivo per cui ne abbiamo bisogno. O facciamo finta, soprattutto con noi stessi, di averne bisogno”.

“Ma la gelosia, allora...” balbettò Mario, andando dietro all’amico, certo che avesse dato fuori di testa.

“Salvaguardia della trasmissione del proprio codice genetico, che altro?... Prendi i leoni, tanto per fare un esempio. Si battono con gli altri maschi, per impedire che si accoppino con le loro femmine... Ed una volta che un maschio diventa dominante, se non sbaglio, uccide i piccoli generati dal suo predecessore”.

“Questa è una visione meschina...”

“Sarà pure meschina quanto vuoi, ma così è. Tu m’insegni, poi, che non si possono cambiare le carte in tavola semplicemente perché ci fa comodo”.

Mario tacque, sbigottito e sconcertato. Non riconosceva più quell’uomo, con il quale aveva condiviso così tanti anni della propria vita, così tante e fondamentali esperienze.

“Cos’è che ti fa pensare tutto questo?” gli domandò, con la fronte bagnata di sudore freddo.

è stata una folgorazione, tutto qui. Niente di particolare, a dire la verità”.

“Ma quando, come? Causata da cosa?” si sgomentò Mario, accorgendosi di un lieve tremito che gli pervadeva le membra.

“Cominciai a pensarci poco dopo che avevi conosciuto Francesca, Eleonora era già morta... Ma tutto era così confuso, indistinto, fino a non molto tempo fa... Poi, una sera, ebbi l’illuminazione”.

“Illuminazione? E tu questa la chiami illuminazione? Questa è disperazione, altro che”.

“Lo vedi che non capisci, tu come chiunque altro? Come tutti gli altri, sì... La chimica ha ottenebrato la tua mente, sei tu a non avere più alcuna speranza. Ad essere il vero disperato” brontolò Paolo, con un gesto di sconforto ed affrettando il passo.

Mario, rimasto immobile per qualche momento, ancora non credendo a quanto aveva appena udito, dovette quasi correre per raggiungerlo.

“Stai bene?” gli domandò, quando fu di nuovo al suo fianco, con gli occhi che si sforzavano di non piangere.

“Mai stato meglio in vita mia” lo rassicurò Paolo, con un sorriso che si era fatto pura melanconia. “Ma cosa ci fai qui con me, stasera?... Va’ da Francesca, va’...”

“Forse è il caso che tu... che io... noi...”

“Senti, ormai sono andato irrimediabilmente oltre il tempo dei sogni, delle speranze e delle illusioni. Tocca a tutti, prima o poi, in un modo od in un altro. A me è toccato adesso ed in questo modo”.

“Stai farneticando” protestò Mario, con la voce venata di pianto.

“Bene, allora sto farneticando, se pensare questo ti fa piacere. Ma un giorno, magari da qui a molti anni, magari in punto di morte, ti ricorderai di me e delle mie parole. E ti renderai conto delle mie ragioni, le comprenderai appieno...”

Mario non seppe che cosa rispondere. Si limitò a guardare l’amico che si allontanava, patetica figura che pareva dirigersi verso un’enorme luna piena che già galleggiava nel cielo.

“Questo è il tuo momento! Vivilo, assaporalo senza fare domande. Non tornerà più, non tornerà più” gli urlò d’un tratto Paolo, che si era voltato, ma continuando a camminare all’indietro, ancora con le mani in tasca, per guardare l’amico e tentare di sorridergli. Quindi tornò a fissare la luna, prima di abbassare lo sguardo.

Pareva cercare tra le cartacce sul marciapiede un senso agli anni d’esistenza che lo attendevano. Alla disperazione che aveva preso il posto del battito del cuore, alla solitudine che si era fatta ogni respiro ed ogni battito di ciglia.

 

 

La ballata dell’uomo inesistente

     

 

Era alto, lievemente curvo, con il volto cereo e spigoloso, il naso adunco. Aveva gli occhi scuri, come scuri erano i capelli perennemente untuosi. Li portava lunghi fin quasi alle spalle, pettinati all’indietro su di una fronte spaziosa.

Indossava costantemente abiti stazzonati e fuori moda, spesso, lisi e sporchi, con i pantaloni che lasciavano scoperte le caviglie. A volte, calzava delle ciabatte, al posto delle scarpe comunque malridotte, persino nelle più rigide giornate invernali. In tali occasioni, mostrava dei calzini dall’aspetto pietoso. Non portava mai qualcosa di più pesante di una semplice giacchetta. Nel complesso, sembrava un esule russo, un intellettuale d’altri tempi costretto a vivere lontano dalla sua terra natale.

Simone se lo ricordava praticamente da sempre, perennemente ai margini della vita del quartiere ed immancabilmente da solo. Non rammentava di averlo visto parlare con qualcuno, non lo aveva mai visto fare un po’ di spesa o svolgere una qualunque incombenza quotidiana.

“E non mi pare molto cambiato, da quand’ero un ragazzo” considerò una volta, dopo averlo incrociato come al solito per strada. A parte qualche insignificante segno lasciato dal trascorrere del tempo, era, forse, soltanto un po’ dimagrito.

“Deve avere fatto un patto con il diavolo, o chi per lui” sorrise Simone, mentre la figlia maggiore lo tirava per mano per farsi comperare dei dolcetti nel vicino negozio di alimentari. Sorridendole, la seguì.

 

***

 

Sono l’Uomo Inesistente. Cammino per strada in una parvenza di realtà, ma sono unicamente una figura priva di qualunque reale sostanza. Non ho bisogno di cibo o di bevande, né di dormire. Quindi, non mi occorre un’abitazione.

Non so veramente chi sono, né perché sono qui a vagare in un eterno presente per le vie di questa città sconosciuta. Eppure cammino lungo le sue strade da molti, troppi anni. Forse nessuno si è accorto di me, forse nessuno mi può vedere.

Spesso, mi siedo sulla spalletta di questo ponte, per concedermi un po’ di quel riposo del quale non ho necessità. Ma stare qui, ad osservare le auto in transito, scrutando i volti dei loro occupanti, serve a colmare di cosa non so qualche frammento del mio tempo altrimenti infinitamente vuoto.

Sono solo di una solitudine infinita, sono pervaso da un silenzio talmente vasto e profondo, da non potermene capacitare.

Forse sconto una condanna che non so, o che non rammento, inflittami per una colpa che ignoro. Sempre che ne abbia commessa una, chissà dove e chissà quando. Magari in questa parvenza di vita, oppure, chi può dirlo?, prima di essa.

Tornando con la memoria indietro negli anni, c’è un momento nel quale i miei ricordi hanno inizio, ma nulla rammento, nulla so di quanto sia stato prima.

Sono sempre stato un adulto, il mio aspetto esteriore non è mai cambiato, tranne pochi ed insignificanti particolari, dalla prima immagine che ho di me. Mi vidi riflesso in una vetrina, impiegai qualche momento per comprendere chi fosse quell’immagine sul vetro.

Non so da dove giungono gli abiti che porto, me li ritrovo addosso e basta. A volte, ho delle ciabatte ai piedi, a volte, delle scarpe. Magari, quando fa molto freddo, anche se non lo avverto. Grazie a questa mia insensibilità non ho mai avuto un cappotto o qualche indumento pesante. Sempre e soltanto delle giacche.

Non ho una casa, nella quale cercare quanto vi trovano gli esseri umani che mi circondano. Posso soltanto esistere, esistere e non vivere, lungo queste strade lastricate di pura indifferenza. Qua e là vi sono delle pozzanghere, profonde e vaste come oceani, eppure invisibili, di silenzio e di solitudine.

Il futuro, per me, è soltanto un concetto vuoto di qualunque significato. Il passato è una lettera morta, il presente un eterno momento.

 

***

 

“Babbo, tocca a noi” lo chiamò Matilde, dopo un po’ che facevano la fila. Aveva già scelto i dolcetti, dovevano soltanto pagarli.

“Scusami, mi ero distratto” sorrise Simone, estraendo il portamonete da una tasca della giacca. Così facendo, distolse lo sguardo dalla vetrina attraverso la quale poteva scorgere l’uomo che poco prima aveva attirato la sua attenzione. Si era accomodato su di una spalletta del ponte che scavalcava il Fosso Reale, per guardare il fluire del traffico, come se si trattasse di uno spettacolo estremamente interessante.

“Cosa stavi guardando?” gli domandò la figlia, curiosa come sempre, uscendo dal negozio.

“Vedi quel signore seduto sul muretto?” indicò l’interpellato, con un lieve cenno della testa.

“Quale signore?” si stupì la bambina, addentando golosamente uno dei dolcetti appena comperati.

è l’unica persona ad essere sul ponte, in questo momento”.

“Non vedo nessuno”.

L’uomo guardò la figlia, aggrottando la fronte, certo che si stesse burlando di lui.

“Proprio non vedi nessuno?” le domandò, non sapendo come comportarsi.

“Certo” assicurò Matilde, con aria assorta, ficcandosi poi in bocca quanto le restava in mano del dolcetto.

Simone sapeva che la figlia non era solita prendersi gioco di lui in quella maniera.

‘Ma allora, perché mi ha detto di non vederlo?’ si chiese, passando accanto all’oggetto della sua curiosità.

Lo guardò negli occhi con attenzione, pure se per un momento soltanto. Fu come tornare a vederlo per la prima volta, e nel suo sguardo scorse un qualcosa che gli dette un brivido.

‘Di cosa si tratta?’ fece Simone, continuando a camminare come se nulla di insolito stesse accadendo e lieto che Matilde non avesse insistito per conoscere ciò che lo aveva distratto quando erano nel negozio.

Qualche metro più in là, volse la testa, per tornare a guardare l’uomo che aveva incontrato per anni senza mai vederlo veramente. Era ancora intento ad osservare le auto in transito. Si domandò chi o che cosa, stesse realmente fissando.  

 

***

 

Forse qualcuno mi ha veramente visto, per la prima volta da quando ho iniziato a vagare attraverso l’indifferenza di questa città. Come ha potuto vedermi, perché? Cosa può significare, per me? E per lui?

Devo sapere chi è, dove abita, per quale motivo è riuscito a scorgermi. Il suo volto non mi è sconosciuto, ma in questo momento è solamente uno degli innumerevoli visi incontrati, mentre vagavo nella mia solitudine e nei miei silenzi attraverso le strade affollate.

Magari, chissà come, mi sto avvicinando al termine di quest’apparenza di vita. Sarà una liberazione della mia sembianza di realtà, per non essere più l’Uomo Inesistente, oppure è soltanto una beffa da parte di quel destino che qui ed adesso mi ha condotto?

Se qualcosa accadrà, ne sono certo, sarà comunque preferibile alla mia condizione, nella quale sono condannato ad essere una figura priva di una qualunque tangibilità. Di qualunque rapporto con altri esseri viventi.

Ecco, seguirò l’uomo che ha incrociato il mio sguardo ed ha visto nei miei occhi, forse, ciò che sono. C’è una bambina con lui, probabilmente sua figlia. Adesso non desidero parlare con lui. Dovremo essere noi due soli, se e quando riuscirò a rivolgergli la parola. Non so cosa potrò dirgli, ma per la prima volta, da quando ho coscienza di me in questo qui ed in questo quando, spero che i giorni della mia solitudine e del mio silenzio stiano per giungere alla fine. Altro non so augurarmi.

 

***

 

Simone si accorse che l’uomo si era alzato dalla spalletta, per incamminarsi nella stessa direzione sua e della figlia. Per un attimo fu certo che li stesse seguendo, ma scacciò tale pensiero.

‘Perché dovrebbe farlo?’ considerò un attimo dopo. Per anni ed anni lo aveva incrociato per via, senza che mai nulla accadesse. E per una volta che camminava alle sue spalle non poteva dedurre di essere pedinato.

‘Sarebbe paranoia, altro che’ sorrise Simone, lanciando un’amorevole occhiata a Matilde. Aveva terminato i dolcetti e, stringendone la confezione vuota, attendeva di passare accanto ad una pattumiera per gettarvela. Il fatto che non avesse visto l’uomo sulla spalletta faceva sentire suo padre a disagio, inquieto.

“Ehi, facciamo un gioco” le propose, con il tono di voce che la bambina trovava irresistibile.

“Sì, sì!” si entusiasmò lei, battendo le mani e saltellando di gioia. Giocare con il padre era uno dei suoi divertimenti preferiti.

“Ci mettiamo da una parte, guardiamo le facce dei passanti senza farci notare ed immaginiamo a quale animale possono essere paragonate”.

“Comincia tu”.

Simone si fermò su di una cantonata, in modo da non essere d’intralcio al transito delle persone. L’uomo della spalletta era ad una decina di metri da loro.

“Ehi, guarda quella persona” fece, rivolgendosi alla figlia con un gran sorriso ed indicando con un impercettibile cenno della testa.

“Chi?” domandò Matilde, aggrottando la fronte. Pareva non vedere la persona suggerita dal padre.

“Non lo vedi quel signore che sta venendo verso di noi?”

“Un signore? Ma non vedi che è una ragazza?”

In effetti, alle spalle dell’oggetto della curiosità di Simone, camminava una giovane ed attraente donna.

“Davanti a lei non vedi nessuno?” chiese lui, con il cuore che gli batteva all’impazzata.

“Chi ci dovrebbe essere?” si informò la bambina, guardando il genitore con aria perplessa.

“Ci stavi cascando, eh?” buttò sullo scherzo il padre, continuando ad osservare il passante. Si stava avvicinando con passo lento e dinoccolato, gli occhi fissi su di lui. Poi, temendo che Matilde fraintendesse riguardo l’oggetto della sua attenzione, decise di lasciar perdere il gioco. Avrebbe cercato una spiegazione in un momento più opportuno, riguardo l’individuo che, pareva, poteva scorgere soltanto lui.

“Su, andiamo a casa. è più tardi di quanto credessi” sorrise alla figlia, dopo avere finto di dare un’occhiata al proprio orologio da polso.

Presa la mano di Matilde, lanciò una nuova occhiata all’uomo, ormai a pochi passi. I loro sguardi si penetrarono vicendevolmente, ed entrambi seppero che si sarebbero incontrati di nuovo entro brevissimo tempo.

 

***

 

Continuo ad essere l’Uomo Inesistente, però qualcuno mi ha visto e comincia ad interessarsi di me. Non ne posso più dubitare. Sua figlia non riesce a vedermi, come tutti gli altri. Ma è il padre che conta.

Forse per me sta giungendo il momento della morte, qualunque cosa essa sia. Finora è stata un concetto lontano, del tutto alieno a questo mio eterno presente. Ed ora che spero di poter morire, mi rendo conto che, con il passare dell’esistenza, la morte non diventa meno dura, ma soltanto più accettabile.

Sto per essere liberato da questa mia vita che non è soffio vitale, ma un’incomprensibile ed illogica condanna. Non so cosa sarà di me, dopo. è questo che mi dà una profonda emozione. Finora nulla avevo provato, se non la solitudine ed il silenzio. Ai quali tutto può essere preferito, forse persino l’annullamento della coscienza di sé.

L’uomo che mi ha visto è dovuto andare via, per condurre la figlia a casa e non doverle spiegare qualcosa che lui stesso non riesce a comprendere. A concepire. Ma c’incontreremo entro breve tempo, lo so, lo sento. Ed allora tutto sarà compiuto.

 

***

 

Simone si accorse di stare tremando, pure se in maniera impercettibile.

“Tutto bene?” gli domandò Giovanna, in un momento in cui erano soli.

“Se ti racconto cosa è successo, mi prendi per scemo” rispose lui, facendo una carezza alla moglie.

“Più di quello che sei? Impossibile!”

Simone ridacchiò, rassicurato dalla tranquilla e serena giocosità della consorte. Quindi le narrò dettagliatamente quanto gli era accaduto.

“Incredibile” convenne la donna, alla fine del racconto. “Cosa conti di fare?”

“Mi pare che la cosa migliore sia parlargli”.

“Per dirgli cosa?”

“Non ne ho la più pallida idea, al momento. Vedrai che è soltanto un balordo con il dono di non farsi notare. Un balordo che invecchia maledettamente bene, oltretutto”.

“A parte questa fortuna, perché sei riuscito a notarlo?”

“Ecco un eccellente motivo per parlargli”.

 

***

 

Sono l’Uomo Inesistente. Anche nel fulgore di un mezzogiorno estivo o nel cuore più oscuro del buio, sono una creatura del crepuscolo. Di quel momento sospeso tra la luce e le tenebre, che non è ancora notte, per non essere più giorno.

Adesso so dove abita la persona che mi ha visto, colui con il quale devo parlare.

Le nostre parole non faranno parte del silenzio che ovatta questo mio eterno presente, bensì saranno dei gradini che mi condurranno via, spero lontano, da questo qui e questo quando.

Il mio cuore pulsa come non ricordo abbia mai fatto. Forse sto tornando, o dirigendomi, non so dirlo, ad una vita fino ad ora sconosciuta. O, più semplicemente, soltanto dimenticata. Tutto si deve compiere grazie ad uno sconosciuto che ho visto bambino, adesso questo lo rammento. Nulla so di lui, se non che è padre.

Ecco, quella è casa sua. Ora so dove sedermi, per concedermi un po’ del riposo di cui non ho alcun bisogno.

Osservare le auto in transito e scrutare i volti dei loro occupanti da questa panchina, serve a darmi il senso del trascorrere del tempo. A rammentarmi che chi mi ha visto dovrà uscire, per incontrarmi e parlare con me.

L’attesa è più dolce e struggente che mai.

 

***

 

“Guarda, è seduto su quella panchina, proprio davanti al nostro portone. Lo sta fissando” fece Simone, sbirciando dalla finestra della sala attraverso le persiane chiuse. L’ambiente era in forte penombra, per non farsi notare dall’esterno invaso dalla magica luce della fine del giorno.

“Non vedo nessuno” rispose Giovanna, dopo essersi fatta accanto al marito. Matilde stava giocando nella sua cameretta assieme al fratello.

“Ecco, anche tu…” impallidì l’uomo, con lo sguardo che per un attimo gli si annebbiò.“E se stessi impazzendo?”

“Non dire sciocchezze” lo redarguì dolcemente la consorte, abbracciandolo. “Soltanto chi è perfettamente sano di mente può temere di essere pazzo, o di impazzire”.

“Ma allora perché lo vedo soltanto io?”

“Non lo so, però puoi cercare di capirlo, parlando con lui”.

“Lo avevamo già stabilito”.

“Rammentati, comunque, che è saggio accettare il fatto che non tutto può essere spiegato razionalmente. Le nostre menti sono così piccole, così limitate…”

“…ed il mistero non è soltanto tenebra, ma anche una luce così intensa da non poter essere guardata direttamente”.

I due coniugi si guardarono in un silenzio più eloquente di qualunque parola, quindi Simone uscì di casa. Era tempo di parlare con l’Uomo Inesistente.

 

***

 

Sotto lo sguardo attento della moglie, Simone si diresse verso la panchina che Giovanna continuava a vedere vuota. Sedette accanto allo sconosciuto, domandandosi ancora, per l’ennesima volta, cosa avrebbe detto. E come.

“Buonasera” lo salutò l’uomo con voce sgraziata, osservandolo con un volto che era un’imperscrutabile maschera di serietà.

“Buonasera” rispose Simone, impacciato ed augurandosi di non dover trovare un modo per dare il via alla conversazione.

“C’è un momento, in ogni pomeriggio, che non è ancora notte, pur non essendo più giorno. Lo ha mai notato?”

“A dire la verità no” replicò Simone, lanciando poi una furtiva occhiata alla finestra, oltre la quale sua moglie lo stava guardando. Per vederlo parlare da solo. Sperò che lo sconosciuto ritenesse che stesse semplicemente controllando la sua affermazione.

“Lei può scorgermi. Perché?” gli domandò l’Uomo Inesistente, come disinteressandosi dell’intero universo, fissando i propri occhi in quelli dell’interlocutore. Aveva girato il busto verso di lui, per poi appoggiare le braccia allo schienale della panchina.

“Non ne ho la più pallida idea. Sono qui per capirlo” rispose Simone, stupito di come fossero arrivati subito a trattare la questione per cui era lì.

“Allora lo dovremo fare assieme, poiché io stesso non mi rendo conto delle motivazioni della mia invisibilità. E non ritengo di essere un fantasma”.

“Nemmeno sua figlia mi può scorgere, vero?” continuò l’Uomo Inesistente, dopo un breve, ma intenso silenzio.

“Come ha fatto a capirlo?” si sorprese Simone.

“Quando ci siamo incontrati, prima, mi sono accorto del suo sguardo. Era consapevole della mia presenza. La bambina, invece, si comportava come se non ci fossi. Pure quando mi ha indicato, in maniera così educata…”

“Già, proprio così. E poco fa, prima di scendere di casa, ho tentato di farla vedere da mia moglie. Scorgeva soltanto la panchina. Adesso starà vedendo soltanto me. Le sembrerà che parlo da solo”.

è lei l’eccezione, non loro” fece lo sconosciuto, con il volto che continuava ad essere un’imperscrutabile maschera di serietà. Il tramonto si andava sempre più affogando nella notte.

“Perdoni la mia curiosità, ma lei chi è? Da dove viene?” trovò il coraggio di domandare Simone, dopo essersi presentato.

“Non posso dirle nulla di me. Non perché non voglio, ma perché non lo so”.

“Soffre d’amnesia, per caso?”

“Non credo. Comunque, non ho dimenticato assolutamente nulla da quando ho preso coscienza di me. Ero già un adulto. Non rammento niente di quanto è stato prima di quel momento. Non conosco nemmeno il mio nome”.

“Deve essere terribile”.

“Lo è” convenne lo sconosciuto, annuendo con enfasi. “E pensi che non ho bisogno di cibo, o di una casa. Non soffro il freddo od il caldo. La mia vita è un eterno presente. Sono l’Uomo inesistente, così mi sono chiamato”.

“Ce ne sono altri, come lei?”

“Non ne ho la più pallida idea” ammise la creatura del crepuscolo. “Ma se sono come me, potrei non vederli, chi può esserne sicuro? Per quanto ne so, la città ne potrebbe essere piena. Il mondo intero, addirittura”.

Il tramonto si era fatto una parvenza di luce fra alcune nubi e le prime stelle, un momento d’intensa poesia che non sarebbe tornato più.

I due sulla panchina tornarono a guardarsi negli occhi, in un silenzio che viveva di se stesso, al di fuori del tempo.

“Cosa pensa di me?” domandò lo sconosciuto.

“Lei, ecco, è soltanto un individuo dall’insolita, incredibile capacità di passare inosservato” si sorprese a rispondere Simone. “Io ci sono riuscito accidentalmente, senza sapere come”.

“Forse lo scopo di questa mia esistenza è di incontrare una persona come lei” filosofeggiò l’Uomo Inesistente. “Ed ora che l’ho incontrata, è tempo che me ne vada altrove”.

“Cosa sta dicendo?”

“Non lo so bene nemmeno io, ma sento, so al di là di ogni ragionevole dubbio o perplessità, che è così. Non può essere altrimenti”.

“E allora come accadrà?” si rese conto di ironizzare Simone, vergognandosene immediatamente.

è tempo che il mistero che mi ha condotto in questo qui ed in questo quando mi porti altrove, dentro un’altra storia. Dovunque sia. Anche se pure essa sarà fatta unicamente di solitudine e di silenzio, come quella che sto vivendo adesso”.

L’uomo Inesistente si alzò, fissando il suo interlocutore con occhi stracolmi di gratitudine. Fece un lieve cenno di saluto e come nulla svanì, assieme all’ultima stilla della luce del sole.

 

 

Il popolo dei cieli grigi

 

 

“Hai mai notato che certe persone si vedono solamente nei pomeriggi piovigginosi dell’autunno?” domandò Amedeo, guardando oltre la vetrata del caffè nel quale si era seduto in compagnia di Corrado. Fuori, cadeva l’acquerugiola di un tetro tramonto di fine ottobre.

I due si erano conosciuti poche settimane prima per motivi di lavoro, provando immediatamente una profonda e reciproca simpatia. Entrambi scapoli, avevano iniziato, senza accorgersene, a trascorrere assieme molte delle ore lasciate libere dai loro impieghi. Quel sabato pomeriggio si erano ritrovati per fare quattro passi in città, prima di andare a prendere una pizza e finire la serata al cinema.

L’inclemenza del tempo li aveva farri rifugiare in quel locale.

“Veramente no” ammise Corrado, volgendo gli occhi al di là dello spesso vetro rigato dall’umidità.

“Eppure esistono… Il Popolo dei Cieli Grigi, è così che ho chiamato quella gente” sorrise Amedeo, tornando a guardare i frettolosi passanti, dopo aver studiato l’amico per un momento. “è un po’ roboante, se vuoi, ma credo che renda l’idea”.

“Mi pare proprio di sì” sorrise Corrado, tornando a giocherellare con la tazzina del caffè. “Ne hai mai parlato con qualcuno?”

“Sei il primo” fece Amedeo, con una negligente scrollata di spalle.

“Come mai?”

“Credo che tu sia l’unico che mi possa ascoltare, senza mettersi a ridere” fu la risposta, quasi imbarazzata, data facendo ruotare nervosamente un cucchiaino fra le dita.

“Secondo te, quale connessione esiste fra il Popolo dei Cieli Grigi e le condizioni meteorologiche?” domandò Corrado, dopo un silenzio che si era fatto insopportabile con i suoi mille interrogativi.

“Non ne ho idea” ammise Amedeo, questa volta senza alcun imbarazzo.

“Hai provato a pedinare un membro del Popolo dei Cieli Grigi?”

“Sì, alcune volte. Ma senza alcun esito”.

“Cosa vuoi dire?”

“Voglio dire che mi facevano camminare per delle ore in centro città, od un poco oltre, fino a quando non ce la facevo più a seguirli. Oppure…”

“Oppure?” incoraggiò Corrado

“Oppure sparivano, semplicemente” disse Amedeo, come se le parole gli scottassero la bocca.

“Come sarebbe a dire?” si meravigliò l’altro, aggrottando la fronte.

Amedeo si agitò sulla sedia, fingendo di cercare una posizione più comoda. Sembrava pentito di avere iniziato a parlare del Popolo dei Cieli Grigi.

“Vuol dire che erano a pochi metri davanti a me. Svoltavano un angolo, e poi… Poi, quando arrivavo alla cantonata, non c’era più nessuno”.

“Potevano essere entrati in un portone od essersi nascosti dietro ad un’automobile” cercò di spiegare Corrado.

è quello che avrei voluto pensare anch’io, più di una volta. Però, non si può entrare in un portone, oppure rimpiattarsi dietro ad un veicolo, quando non ce ne sono”.

“Potresti essere più chiaro, per favore?”

“Ti racconto un episodio. Una volta, ne stavo seguendo uno lungo la Via delle Vecchie Mura…”

“Quale sarebbe?” s’informò Corrado, ancora poco pratico di quella città nella quale si era trasferito da poco più di tre mesi.

“Poco importa, adesso. Ciò che conta è che su di un lato ci sono le ultime vestigia della cinta muraria. Per oltre mezzo chilometro sono fronteggiate da un muro alto più del doppio di un uomo, sormontato da filo spinato. Il tutto senza alcuna apertura”.

“Automezzi in sosta? Cassonetti?”

“Non c’era nemmeno una bicicletta appoggiata ai muri”.

“Quindi, altre due eventualità sono escluse”.

“Stavamo venendo da Piazza del Leone Alato. Mi aveva fatto camminare per oltre due ore. La strada, ad un certo punto, curva, per diventare un rettilineo che termina ad uno degli ingressi del porto industriale”.

Amedeo tacque con arte inconsapevole, per smarrirsi dietro quel ricordo, con gli occhi ben oltre la strada che aveva davanti. Tornò a parlare con voce stanca.

“Due minuti dopo, raggiunsi la curva. Non c’era anima viva davanti a me”.

“Poteva essere salito su di un automezzo in transito”.

“Non ne passò nessuno”.

“Poteva attenderlo oltre la curva”.

è una spiegazione troppo cervellotica. A parte questo, lo avrei visto allontanarsi”.

Tra Corrado ed Amedeo scese il silenzio, mentre fuori il tramonto scivolava nella notte, facendosi livido con un certo non so che di allucinato.

“Sai, mi piacerebbe vedere un rappresentante del Popolo dei Cieli Grigi” mormorò il primo dei due.

“Ne avrai presto occasione” promise l’altro, con un sorriso ed un cenno del capo.

“Stasera non è possibile?” chiese Corrado, sperando che la sua domanda non fosse sciocca od inopportuna.

è troppo tardi, mi dispiace. Il Popolo si manifesta solamente nelle ore pomeridiane, mai oltre le diciannove… E non chiedermi perché, non lo so”.

“Mi hai incuriosito… Come si fa a riconoscere qualcuno di quella gente?”

“Come fai a riconoscere la differenza tra un maschietto ed una femminuccia, tra dei bambini di un paio di anni, limitandoti a guardar loro i visi?”

Corrado rimase interdetto. Mettendosi una mano sulle labbra per darsi un tono, parve riflettere su quanto aveva ascoltato.

“In realtà, è soltanto una sensazione” continuò Amedeo, a disagio per l’amico. Da quando fra loro era sceso quell’ultimo silenzio aveva iniziato a pensare affannosamente, per cercare di spiegare come facesse ad individuare gli appartenenti al Popolo dei Cieli Grigi.

“Dopo che sei riuscito a provarla per la prima volta, la più difficile, non è più problematico riconoscerli” spiegò, qualche momento dopo, chiedendosi se riusciva ad esprimere chiaramente quanto desiderava.

“Dici?” dubitò Corrado.

“Beh, per me è stato così. Per te potrebbe essere differente, chi può dirlo? Al momento, non ho modo di saperlo”.

“Però, mi dovrebbe essere meno difficile di quanto lo fu per te vederli la prima volta”.

“Questo è possibile, visto che te ne posso indicare uno, quando lo incontreremo” ammise Amedeo.

“Dove li incontri, in genere?”

“Sempre per strada… Da quello che ho potuto appurare, non s’incontrano mai in luoghi chiusi”.

“Mai in luoghi chiusi” ripeté Corrado, perplesso. “Potrebbe sembrare che abbiano paura di qualcosa”.

“Impossibile dirlo. In fondo, ho soltanto notato delle persone che paiono scomparire in certi periodi dell’anno, con determinate condizioni meteorologiche”.

“Però, hai cercato di saperne di più”.

“Chiunque avrebbe fatto altrettanto” sorrise Amedeo, con una luce di paura controllata negli occhi che cercava di nascondere. “Comunque, ho deciso di essere più prudente”.

“Perché?” domandò Corrado, al quale era sfuggito anche il tremito nella voce dell’altro.

“Se il Popolo dei Cieli Grigi esiste veramente, a questo punto, si è accorto che so di lui”.

“E con questo?”

“Quante altre volte ne hai sentito parlare?”

“Questa è la prima”.

“Prova a domandarti perché e vedrai che le implicazioni della risposta potrebbero non essere piacevoli”.

“Stiamo scivolando nella paranoia” rabbrividì Corrado.

“Hai ragione, ma la prudenza non è mai troppa. Soprattutto, quando non si sa con chi, con che cosa ci si deve confrontare”.

“Mi sembri inquieto”.

“Un poco, forse”.

“Cosa conti di fare? In relazione al Popolo dei Cieli Grigi, intendo”.

“Se vuoi fare parte dell’avventura, ritengo che intanto dovrai vedere uno di loro” sospirò Amedeo, considerando che avere un compagno in quella storia poteva aiutarlo. “Così anche tu potrai riconoscerli”.

Il volto di Corrado s’illuminò di un sorriso eccitato, con qualcosa di fanatico.

“Sarebbe bellissimo!” mormorò, un momento dopo, vedendosi protagonista di una vicenda simile a quelle vissute da Indiana Jones.

“Guarda che potrei avere semplicemente preso un abbaglio” ammonì Amedeo, divertito dall’eccitazione dell’amico.

“Lo hai già detto!” fu la risposta, data con un lampo negli occhi.

Dopo anni di grigiore senza prospettive, dopo giornate spese in un lavoro senza gratificazioni e nella solitudine silenziosa delle camere ammobiliate che da troppo erano la sua casa da scapolo, pensare ad un Popolo che si nascondeva tra la gente era una sferzata di vita che non credeva più di poter gustare.

‘Finalmente vivrò!!!’ si disse, mentre fuori l’acquerugiola continuava a rendere umido il mondo.

 

***

 

Erano le prime ore del pomeriggio. La sera prima, avevano tirato a far tardi in pizzeria, tra una chiacchiera ed una birra, senza andare al cinema.

Dal cielo continuava a scendere una fredda acquerugiola, che penetrava negli abiti con dita viscide.

è la giornata ideale” disse Amedeo, scrutando la piazza oltre il porticato nel quale si era incontrato con l’amico. Corrado si guardò attorno, emozionato come un ragazzo al primo appuntamento galante, sperando di scorgere fra i passanti un appartenente al Popolo dei Cieli Grigi.

“Eccone uno là” gli fece Amedeo, dandogli una lievissima gomitata, parlando talmente sottovoce, che l’altro intuì più che udire le sue parole. “è uno di quelli che incontro con maggiore frequenza”.

Corrado si volse, aspettandosi qualcosa di straordinario. Invece, c’era la solitaria figura di un uomo trasandato che camminava negligentemente. Indossava degli abiti stazzonati e lisi. I pantaloni, troppo corti, mostravano dei calzini afflosciati su delle scarpe scalcagnate. I capelli, radi sulla sommità del cranio e striati di grigio, erano sporchi e mal pettinati all’indietro. Aveva la barba di alcuni giorni, striata di bianco sul mento. Tra le dita macchiate di nicotina stringeva una sigaretta, dalla quale, ogni tanto, tirava una lenta e voluttuosa boccata di fumo.

è l’ultimo che ho notato” aggiunse mormorando Amedeo, con un impercettibile cenno della testa.

“A me pare solamente un balordo” rispose Corrado, con una nota di delusione.

“è per questo che riescono a non farsi notare” obiettò Amedeo. “O pretendi che rechino l’appartenenza al Popolo dei Cielo Grigi sulla fronte?”

“Questo no, però… però mi aspettavo qualcosa di più evidente, ecco”.

“Per non passare inosservati?”

“Come ho potuto sperare in una vicenda eccitante?” si domandò a mezza voce Corrado, con l’aspetto imbronciato di un bambino che avesse smarrito il balocco preferito. I suoi occhi continuavano a fissare l’uomo indicatogli dall’amico.

Amedeo finse di non avere udito nulla.

“Come hai fatto ad accorgerti del Popolo?” domandò Corrado, con il desiderio che non gli fosse stata raccontata una sciocchezza. Ma doveva, voleva ignorare la delusione.

è stato per caso” rispose Amedeo, tenendo gli occhi sull’uomo, per non perderlo di vista. “Ti racconterò, ma intanto seguiamolo, facendo finta di nulla”.

S’incamminarono lungo una delle strade principali del centro cittadino, fiancheggiata da due ampi porticati, soffermandosi ogni tanto per guardare una vetrina.  

“Allora, come hai fatto la prima volta?” insisté Corrado, con le mani in tasca.

“Fu circa un anno fa, nel caffè nel quale eravamo ieri pomeriggio” prese a raccontare Amedeo, con un mezzo sorriso, imboccando un’altra via porticata. “Stavo sorseggiando della birra”.

“Eri da solo?” s’informò Corrado, volendo credere che quel particolare potesse essere importante. 

“Sì” ammise Amedeo, con un inosservato lampo di amarezza che gli traversava il volto.

“Ed il perché è un’altra storia, che adesso non è il caso di raccontare” mentì subito dopo, soprattutto a se stesso.

Corrado rimase zitto, durante il silenzio dell’amico, credendo che dovesse ricollocare in un angolo riposto della memoria un ricordo spiacevole.

“Ero a metà boccale, guardavo oltre la vetrata” tornò a ricordare, d’un tratto, Amedeo, parlando lentamente.

L’uomo che stavano seguendo attraversò la strada, dopo avere guardato con flemma da entrambi le parti. I due amici andarono più avanti, facendo finta di nulla, prima di seguirlo. Per un attimo temettero di averlo perso, poi lo scorsero oltre un capannello di persone ferme davanti ad una vetrina.

“Guardavo i passanti infagottati nei cappotti o negli impermeabili” riprese a raccontare Amedeo, quando il pedinamento assorbì nuovamente solamente una parte della loro attenzione. “Mi sforzavo di leggere sui loro volti le loro storie, le loro ansie, le loro speranze… Se ne avevano”.

Corrado sorrise. Anche lui aveva fatto così, nei momenti meno allegri. Non erano stati pochi.

“Improvvisamente, notai una persona smarrita fra le altre” continuò Amedeo, mostrando inavvertitamente di rivivere le emozioni che aveva provato. “Le badai non perché avesse un qualcosa di particolare, ma proprio perché non aveva assolutamente nulla che potesse attirare l’attenzione”.

Corrado tacque, mentre l’amico pareva rimuginare sulle parole da pronunciare.

“Mi affrettai ad uscire dal caffè, senza essere capace di ritrovarlo” fece Amedeo, dopo un intenso silenzio, durante il quale parve riordinare i ricordi e le idee. “Però, la vista di quella persona aveva messo in funzione un meccanismo che non avevo mai immaginato di possedere”.

Corrado ebbe voglia di fare una domanda, ma si fermò, temendo che l’altro smettesse di raccontare.

“Da quella volta cominciai a guardare i volti delle persone con occhi diversi dal solito” tornò a parlare Amedeo, con un brivido freddo che lo scuoteva. “Sentivo che ero ad un niente dall’accorgermi di qualcosa, anche se non avevo la più pallida idea di che cosa si trattasse”.

L’uomo che stavano pedinando si accostò ad una vetrina per poi scrutarne con interesse l’interno. I due amici continuarono a camminare.

“L’intuizione mi folgorò, quando meno me lo aspettavo” riprese Amedeo, dopo avere superato di vari metri la persona oggetto della loro attenzione, volgendosi con somma noncuranza, per vedere che cosa stesse facendo. Era ancora in contemplazione della merce esposta.

“Mi accorsi così, a metà di un banale pomeriggio di acquerugiola e ventoso, che c’erano delle persone che si vedevano solamente con il cielo grigio e piovigginoso” mormorò Amedeo, accostandosi alla bacheca di un’agenzia immobiliare e fingendo di interessarsi agli annunci esposti. “Da allora ho cominciato puntigliosamente ad annotare mentalmente le facce del Popolo dei Cieli Grigi. Il resto lo sai”.

“Probabilmente, ti deve avere facilitato il fatto che questa città non è una metropoli” commentò Corrado, puntando un dito, come ad indicare un annuncio in particolare.

“Prendi anche tu a fare caso ai volti di quella gente. Così potremo verificare se la mia teoria è giusta” propose Amedeo, accorgendosi che il pedinato si era mosso nella loro direzione.

Li sfiorò senza degnarli della minima attenzione, accendendo una nuova sigaretta con il mozzicone della precedente e mostrando una pessima dentatura annerita dalla nicotina. Il suo corpo emanava uno sgradevole odore.

“Sai una cosa? Non li ho mai sentiti parlare” annotò con noncuranza Amedeo, tornando a fingere di interessarsi agli annunci immobiliari. “E li ho sempre visti camminare da soli”.

“Forse è per questo che non ne hai mai sentito la voce” fece Corrado, domandandosi se fosse un’annotazione intelligente.

“Probabilmente hai ragione” convenne Amedeo, infastidito dal non averci pensato.

“Sono soltanto maschi?”

“No. Numericamente i due sessi si equivalgono”.

Il pedinato svoltò per una strada laterale, nella quale i due girarono, pochi momenti dopo. Dell’uomo non vi era alcuna traccia.

“Che cosa ti avevo detto?” disse Amedeo, mentre una staffilata di vento gelido lo faceva rabbrividire.

Corrado avanzò di qualche metro, rendendosi conto che il rappresentante del Popolo dei Cieli Grigi non avrebbe potuto nascondersi in nessun portone, nel tempo che avevano impiegato per svoltare l’angolo. E non c’erano autoveicoli o cassonetti, dietro ai quali nascondersi.

“Ma è incredibile!” si ritrovò a mormorare sbigottito, con gli occhi sgranati.

“Eppure è così che fanno, per sparire” ridacchiò Amedeo, quasi gongolando. “Dai, torniamo sotto i portici. Se no, c’infradiciamo per niente”.

 

                                                                                      ***

     

Amedeo e Corrado s’incontrarono qualche giorno dopo, in una delle piazze centrali della città. Il primo dei due era già lì, quando giunse l’altro con il passo affrettato di chi teme di fare tardi.

“Ho cominciato a vederne anch’io” fu tutto il saluto di Corrado, mormorato quasi lasciandosi cadere a sedere accanto all’amico. La loro era l’unica panchina occupata.

“Non poteva non accadere” fece Amedeo, con un mezzo sorriso, cambiando leggermente posizione, per guardare meglio il volto dell’altro.

è stata un’esperienza sconvolgente”.

“Non ti sembra di esagerare?” domandò Amedeo, sorpreso. “In fondo, ne avevi già visto uno, sapevi di loro”.

“Lo so, ma... Non riesco a spiegarla, la mia emozione, ecco” disse Corrado, con un filo di voce. “Lunedì pomeriggio, quando mi sono trovato davanti un membro del Popolo dei Cieli Grigi così, del tutto inaspettatamente, beh, non so come ho fatto a non gridare dalla sorpresa”.

“Perché non mi hai telefonato? Parlarne avrebbe potuto aiutarti” gli fece l’amico, con una punta di gelosia.

“Guarda, avevo pensato di chiamarti. Poi… poi mi è sembrato meglio non farlo”.

“Come mai?” chiese Amedeo, mentre una lama di sole baluginava da oltre una coltre di nubi plumbee, bagnando di luce la loro panchina.

“Sentivo che dovevo venirne a capo da solo al trauma emotivo che avevo subito” spiegò Corrado, come se si vergognasse di avere avuto un’impennata d’orgoglio.

“Capisco” sorrise l’amico, cercando di ignorare il senso di delusione che lo infastidiva.

“Perché non facciamo quattro passi?” propose Corrado, con un’occhiata implorante.

Amedeo annuì e quindi s’incamminarono per una delle strade principali del centro, animata dalla frenesia del sabato pomeriggio.

“Chi saranno le persone che compongono il Popolo dei Cieli Grigi? Quali pensieri si agitano nelle loro menti, quali le loro emozioni? Che vita conducono, quando non li vediamo?” fece, ad un tratto, Corrado, parlando soprattutto a se stesso.

“Me lo sono domandato non so più quante volte” rispose Amedeo, mentre l’ultimo raggio di sole affogava dietro una coltre di nuvole che promettevano pioggia da lì a non molto. “Mi sono chiesto anche dove abitano, ma non sono riuscito ad immaginare nulla”.

I due continuarono a parlare del Popolo dei Cieli Grigi, nei loro passi dietro al tempo che fluiva. Le loro chiacchiere erano quei silenzi che da anni si portavano dentro, assieme a quelle solitudini che mai avrebbero confessato nemmeno a loro stessi.

Volavano leggere, le parole, come se desiderassero farsi le pietre di un ponte che scavalcasse gli abissi attorno alle loro esistenze. Ma poi, forse, quando il ponte fosse stato ultimato, non avrebbero avuto il coraggio di valicarlo, per andare verso la libertà. Quella libertà interiore che entrambi avevano sempre sognato, senza riuscire a conquistarla.

Non appena si accorsero dell’acquerugiola che iniziava a cadere, si fecero attenti, per vedere di individuare qualcuno del Popolo.

Come se il loro desiderio fosse stato ascoltato, si trovarono davanti l’uomo che avevano incontrato la domenica precedente. Erano sotto i porticati della strada più centrale, dove la gente si affollava, spinta dalla pioggerella.

Camminava verso di loro lentamente, con gli abiti della volta prima ed una sigaretta accesa fra le dita. Li sfiorò senza degnarli di un’occhiata, ma entrambi gli amici ebbero l’impressione che sapesse di loro. Ed entrambi decisero di tacere, per vivere un’altra avventura.

Senza nemmeno scambiarsi una sola occhiata, i due lo lasciarono allontanare, fingendo di interessarsi ad una vetrina, per poi pedinarlo.

Camminavano da una ventina di minuti, quando incrociarono un altro membro del Popolo dei Cieli Grigi. Era un uomo di mezza età, trasandato e di piccola statura, con un berretto calcato fino agli occhi.

“Questo non l’ho mai visto” constatò Amedeo, fingendo indifferenza.

“E se gli andassi dietro?” propose Corrado, con un filo di voce, senza voltarsi.

“Perché no?” rispose l’amico, che aveva avuto la stessa idea. “Ci vediamo più tardi”.

“Facciamo alle otto davanti alla solita pizzeria? Così mangiamo qualcosa, mentre ci si racconta che cosa è successo… Va bene?”

“Benissimo. A più tardi, allora”.

“A più tardi”.

“In bocca al lupo”.

“Crepi il lupo”.

I due si separarono con uno strano senso di aspettativa che non avrebbero saputo definire. Ma era come quando, bambini, vivevano la vigilia di un importante avvenimento a lungo sognato.

 

***

     

Amedeo vide l’uomo che seguiva svoltare alla stessa cantonata, oltre la quale era scomparso la volta precedente.

“Adesso lo perderò…” si disse, lanciando un’occhiata all’orologio al polso; non erano ancora le cinque. “Ed ora che cosa faccio, per arrivare alle otto senza annoiarmi troppo?”

Appena girato l’angolo, più per scrupolo che per altro, si trovò a faccia a faccia con il pedinato.

“Salve!” salutò questi, con un gesto della mano che teneva la sigaretta, mostrando una dentatura più annerita di quanto Amedeo si ricordasse. Aveva una voce sgraziata.

“Buonasera” rispose l’interpellato, sorpreso di sentirlo parlare. C’era uno stupore spaventato, nel suo rendersi conto che si stava rivolgendo a lui.

“Posso esserle d’aiuto?”

“Scusi?”

“Mi pareva che mi stesse seguendo. Forse la posso aiutare in qualche modo”.

“Veramente, stavamo facendo la stessa strada per caso” cercò di giustificarsi Amedeo, rendendosi conto che non era convincente.

“Allora, perché non ne facciamo un tratto insieme, adesso? Così possiamo fare quattro chiacchiere”.

“Perché no?” tentò di sorridere Amedeo, maledicendosi un momento dopo, per non avere avuto l’estro di trovare una scusa per andarsene, guardandosi attorno con occhi smarriti. Contro ogni logica, si augurava che arrivasse Corrado, per tirarlo fuori da quella situazione.

“Permetta che mi presenti” fece il membro del Popolo, avanzando e porgendo la destra. “Sono Ernesto Colombini”.

“Piacere, sono Amedeo Marinni” rispose il pedinatore, ricambiando la stretta.

“Grigia giornata quella di oggi, vero?” cominciò Ernesto, tornando a passeggiare.

“Ed anche umida” convenne l’altro, intabarrandosi ulteriormente nel cappotto e rimpiangendo di non avere indossato l’impermeabile ed un cappello.

“Umida e grigia come il mio cuore, la mia anima” sospirò l’uomo, con una tristezza che pareva non conoscere confini.

“Beh, queste condizioni meteorologiche non invitano a sentirsi in altro modo” convenne Amedeo, con il cuore in tumulto che gli faceva pulsare le tempie.

“La ringrazio, per fare finta di non avere capito”.

“Che cosa?” mentì l’ex pedinatore, con la bocca secca.

“Non conosco altro tempo meteorologico e, come me, tutta la mia Stirpe”.

“Continuo a non capire” fece Amedeo, tentando una risata. “è uno scherzo, vero?”

“Magari lo fosse” tornò a sospirare Ernesto, con negli occhi un’espressione da cane bastonato, che fece stringere il cuore all’interlocutore. “E lei non faccia l’ingenuo, su!”

“Perché dovrei fare l’ingenuo?” continuò a mentire Amedeo, fermandosi su di una cantonata e guardandosi intorno alla ricerca di un aiuto che sapeva non sarebbe arrivato. C’erano pochi passanti che camminavano frettolosamente senza prestare loro alcuna attenzione.

“Ha scoperto chi siamo” mormorò Ernesto, con una voce piena di melanconia.

“Credo di non capire” finse di meravigliarsi Amedeo, domandandosi se non avrebbe fatto meglio a fuggire.

“Siamo il Popolo dei Cieli Grigi, ecco come ci ha chiamato”.

Amedeo impallidì, rendendosi conto che non poteva più fare finta di nulla. Pensò che fosse opportuno dire qualcosa, ma non trovò nessuna parola. Comunque, il suo silenzio fu più eloquente di qualunque discorso.

“Ha molte domande da fare, lo so bene. Fu così anche per me, quando accadde” sorrise stancamente Ernesto, prendendo sottobraccio Amedeo, per condurlo in una lenta passeggiata. Qualche passante li guardò, indifferentemente meravigliato alla vista di quei due che camminavano placidamente sotto una gelida pioggerella.

“Quando accadde che cosa?” riuscì a chiedere Amedeo, con un nero presagio che lo schiacciava.

“Una volta, ero soltanto un essere umano” continuò Ernesto, come se non avesse udito le parole dell’altro. “Poi, come è accaduto a lei, mio caro signore, li vidi. Soltanto che li chiamai in maniera diversa. Per me erano i Solitari Uomini Tristi”.

Amedeo tentò di parlare, ma non ci riuscì. Cominciava ad intuire delle inquietanti realtà che andavano oltre ogni sua più tetra, perversa immaginazione.

“Un giorno, fui contattato e la mia vita cambiò” fece Ernesto, con tono conclusivo.

“Che cosa mi accadrà?” riuscì a domandare Amedeo, già immaginando la risposta.

“Diventerà uno di noi, che altro? Conoscerà solamente pomeriggi autunnali, grigi e piovigginosi come oggi. Il resto del tempo non esisterà” rispose Ernesto, e la sua voce era un pianto che non singhiozzava. “Conoscerà solamente le strade, non avrà più una casa, un luogo nel quale rifugiarsi… Non potrà entrare in nessun luogo chiuso. Non ci saranno amici o persone alle quali affezionarsi. Il sonno sarà un ricordo”.  

“Perché, perché?” quasi singhiozzò Amedeo, pallido come la neve, lottando contro la sensazione di stare per svenire.

“Perché nostra è la tristezza del mondo, nostri sono i pianti che nessuno singhiozza. Nemmeno noi” rispose Ernesto, con gli occhi che fissavano il mondo senza vederlo. “Siamo gli eternamente depressi, gli eternamente infelici, le persone senza sogni e senza speranze. Senza alcun interesse, viviamo in eterno, aborrendo la vita e sfuggendo la morte. Non esiste un desiderio nei nostri cuori, ma, nello stesso tempo, non vogliamo che si sappia di noi. Di noi, che vediamo soltanto in bianco e nero… E soltanto uno di noi può scorgere uno della sua Stirpe, anche se non sa di appartenerle”.

Amedeo chiuse gli occhi con un singulto di pianto che lo fece vacillare. Quando li riaprì, i colori erano diventati un ricordo.

“Adesso addio, le strade ci attendono con tutti i loro dolori. Con quelle sofferenze che ancora non conosce, che ancora non immagina” salutò Ernesto, volgendo le spalle ed allontanandosi. Appariva più che mai una figura tragica e curva, con un qualcosa di patetico.

Amedeo si scoprì con l’impellente necessità di muoversi, di non poter stare fermo nello stesso luogo per più di qualche momento. Con la mente sconvolta, sentendosi come in preda ad una febbre altissima, lasciò che le strade ed i palazzi si svolgessero attorno a lui con una lentezza che una volta sarebbe stata esasperante.

Camminò e camminò, fino a quando non si rese conto che il tramonto stava per farsi notte. Domandandosi che cosa gli sarebbe accaduto con il calare delle tenebre, se quanto gli era stato detto fosse stato vero. D’un tratto, l’ambiente attorno a lui mutò. Si trovò in un’altra zona della città, nelle prime ore di un pomeriggio grigio e piovigginoso.

Camminò e camminò disperatamente. A volte, incontrava altri come lui, ma mai si curava di loro, perché meno che nulla gliene importava.

Ad ogni tramonto che stava per esalare l’ultimo respiro di luce, si trovava in un altro luogo della città, sempre con una gelida acquerugiola che cadeva, per ricominciare un qualcosa che non avrebbe avuto fine.

Dopo quanti salti temporali e spaziali non avrebbe saputo dire, si trovò ad incrociare Corrado. Anch’egli era diventato uno del Popolo. Si rese conto, in quel momento, che aborriva l’idea di anche soltanto parlare con lui. Con angoscia disperata, lesse nei suoi occhi lo stesso sentimento.

Così, con qualcosa che gli si spezzava dentro, si arrese definitivamente a quella che era la sua vera natura. Intanto, Corrado si allontanava, seguendo una strada che era soltanto caso, nel quale nulla poteva accadere.

Il Popolo dei Cieli Grigi, così, senza che nemmeno la sua gente lo sapesse, andava alla conquista di un mondo in agonia.    

 

 

 

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