IL CORVO UBRIACO
(a Zanzibar i corvi bevono ciò che resta nei bicchieri lasciati sulla spiaggia dai turisti)
E il corvo ubriaco sul ramo cantò:
“Jambo, (*) turista bianco,
fatti guardare,
posa il tuo benevolo sguardo
su noi poveri negri affamati,
accarezza i nostri bambini
ché troppo presto tornano a Dio,
fotografa le nostre case di fango
senza luce né acqua,
e voglia Allah che il pozzo non s’asciughi.
Jambo, turista bianco,
vieni buana,
ostenta la tua ricchezza,
compraci, costiamo nulla,
con un misero dollaro raccatti
la nostra anima,
ti prendi la nostra innocenza,
colori di sogni le nostre anime nere.
Ammira le nostre case coloniali
i nostri forti portoghesi
i palazzi di sultani e governatori inglesi.
L’acqua dell’oceano non laverà
il ricordo di migliaia di schiavi neri
da qui partiti per il ricco occidente:
le catene ancor oggi ci legano,
anche se più non cingono.
Il nostro Dio è come il vostro
eppure siamo così lontani.
Jambo, turista bianco”
canta il corvo ubriaco sul ramo di bo’. (**)
20 settembre 2008
* “ciao” in swhali
** albero tropicale
AMORE
Sul tavolo ancora la tua tazza
con poche gocce di caffèlatte
e due briciole di biscotto,
il tuo pigiama abbandonato sulla sedia
e le ciabatte lì sotto
ché stamane eri in ritardo
e sei corso al lavoro lasciando tutto a mezzo.
E come faccio io adesso
a lavare questa tazza che reca
ancora l’impronta delle tue labbra,
come faccio a lavare quel pigiama
che ha con sé ancora il tuo odore,
come faccio a riporre quelle ciabatte
che più non calzerai,
tu che da quella porta
vivo
più non entrerai
ora che sei caduto dall’impalcatura
del quinto piano
come faccio ora,
io,
amore...
Genova, 18 ottobre 2008
L’AQUILONE
Si libra colorato nel cielo terso
un aquilone.
è pieno di colori e vola
seguendo il vento ora calmo
ora impetuoso.
S’alza e s’abbassa
seguendo i vortici,
mulinelli profumati
di primavera colmi
o s’inabissa inseguito
da nuvole gonfie di pioggia,
nere come la notte.
Come la nostra vita è l’aquilone
che insegue le alterne fortune
planando leggero
o contorcendosi tra le burrasche
e, alla fine, sfilacciato,
s’adagia dove capita,
anche su un rovo di more.
Ma i vecchi non sanno più volare
e si perdono nel vento,
le ali ormai spezzate.
Genova, 11 ottobre 2008
SPARARE ALLA LUNA
Ho sparato alla luna:
ecco perché è così scura la notte.
E nell’oscurità
libero i miei pensieri
che,
a grappolo,
si librano nell’aria,
sospesi a un lume,
alla cui luce mostro
piccole perle
racchiuse nel palmo della mano.
Sono le lacrime
che ho pianto e
che ora,
trasformate in silenzio,
ti ho donato.
LA CARITÀ
E tu che chiedi
con insistenza l’elemosina
che vuoi,
non vedi che c’infastidisci
coi modi tuoi troppo
reclamanti,
con la tua voce
aspra ed implorante,
con l’accento strascicato
od insolente,
tu che le mani tendi,
vuote,
ai nostri tavoli opulenti
invochi carità
ma noi abbiamo fretta
e così frettolosamente,
con moto di fastidio,
ti spingiamo via,
ci disturbi
rendi grigia
questa meravigliosa mattinata
piena di sole,
tu menti,
quando chiedi,
vuoi derubarci
di pochi spiccioli,
ti arricchisci a nostre spese,
bugiardo,
sporco,
vile straniero
che chiede una questua
e come quella signora,
lei sì buona,
che va in chiesa tutte le domeniche,
ha ragione, lei,
che ti ha detto
ma che ci stai a fare qua,
perché non torni a casa tua?
(7-6-2007)